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Il volontario - A.Mai

Sono passati circa otto anni dal giorno in cui ho messo, per la prima volta, piede alla II Divisione di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco.
A pensarci bene, posso paragonare questa esperienza di volontariato ad un viaggio dentro me stessa. Dopo aver fatto un corso di formazione ed un colloquio con la psicologa addetta alla selezione dei futuri volontari, ho cominciato questo servizio convinta che avrei dedicato tempo per gli altri, e così è stato, ma poi ho scoperto che quel tempo si è rivelato essere soprattutto un regalo che ho fatto a me stessa. Essere volontari è un lavoro molto impegnativo: ci vuole costanza, perseveranza, chiarezza, disponibilità ed attenzione, ma è anche una scuola dove si imparano tante cose incredibili ed affascinanti della sfera umana. Possiamo imparare ad “ascoltare” i bisogni dell’altro, cercando di avere ben chiaro quanto siamo disposti a dare, facendo attenzione a non andare oltre alla nostra reale disponibilità, essendo così consapevoli dei nostri limiti.
Questa, secondo me, è la prima cosa visto che nessuno di noi è onnipotente e, piuttosto che deludere le nostre aspettative e quelle dell’altro, è meglio non promettere ciò che non si può mantenere.Il rapporto tra il paziente e il volontario non deve essere necessariamente una relazione d’amicizia , è indispensabile, infatti, “stipulare una specie di contratto” dove i nostri ruoli siano ben chiari, sia per tutelare le nostre energie, sia per evitare di invadere campi che non ci competono.

E’ estremamente importante, quindi, comprendere quale sia il nostro ruolo di volontario e attenersi strettamente ad esso. Dico questo perché, presi dall’entusiasmo e dalla smania di fare, può capitare che, in buona fede, si compiano errori che poi ricadono non solo sulla persona che desideriamo aiutare, ma anche su tutto il gruppo.
Essere inseriti in una struttura ospedaliera comporta una serie di regole da osservare, giuste o sbagliate che sembrino.

Per imparare queste cose è fondamentale seguire dei corsi permanenti di formazione tenuti da personale esperto e partecipare a regolari incontri con il gruppo dove vengono sviscerati eventuali dubbi o problemi. Il gruppo, a mio parere, è molto importante, perché serve da contenitore in cui posare le proprie paure ed ansie e rappresenta lo spazio dove rapportarsi con gli altri, a volte hanno più esperienza di noi, così attraverso il confronto e la condivisione si stabiliscono, di volta in volta, le “strategie” da seguire per il buon funzionamento del servizio. In qualche modo deve anche essere anche uno strumento di controllo: nessuno dovrebbe lavorare come se fosse da solo ed ogni azione che si compie deve sempre essere strettamente collegata alle modalità di comportamento stabilite dal gruppo. L’ascolto dell’altro è una pratica che viene poco alla volta e non si finisce mai di imparare. E’ più facile “farsi ascoltare”: un buon ascoltatore dovrebbe stare attento a non invadere lo spazio altrui con curiosità di sapere o con giudizi strettamente personali. Ascoltare vuol semplicemente dire porsi di fronte all’altro come un recipiente vuoto pronto ad accogliere, cercando di non avere pregiudizi, solamente far capire al nostro interlocutore di esserci, non per i nostri bisogni, ma per i suoi.

Un’altra cosa da tenere ben presente è quella di non uscire mai dal proprio ruolo e non sostituirsi ad altre figure professionali: medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri, sacerdoti. Sembra assurdo, ma è normalissimo che capiti poiché noi non abbiamo le competenze del personale dell’ospedale ed è facile essere “strumentalizzati” dal nostro interlocutore che a volte si lamenta, per esempio, di essere curato male dai medici, maltrattato dagli infermieri, trascurato dai parenti. Umanamente parlando, non c’è nulla di sbagliato prendersi cura di questi aspetti, ma in questi casi è indispensabile consultare il responsabile del gruppo il quale sa bene a chi rivolgersi per eventuali interventi riparatori, anziché agire di testa propria rischiando di combinare guai.

Anche un semplice gesto come portare caramelle non può essere compiuto prima di chiedere, poiché il degente potrebbe essere sottoposto ad una dieta particolare che non contempla tali alimenti. Pensando all’evoluzione del gruppo da quando ho cominciato ad oggi ci sono stati parecchi cambiamenti che inizialmente possono essere difficili da accettare in quanto essi determinano un nuovo modo di rapportarsi con le persone, la struttura e le proprie abitudini.
L’AIDS anni fa era una malattia strettamente legata ad alcune “categorie a rischio” (tossicodipendenti, omosessuali), quindi in corsia trovavi prevalentemente persone spesso sole che avevano tagliato i rapporti con la famiglia già provata “dall’onta” di un figlio condannato dalla società per la sua diversità ed in più contagiato da quella terribile, innominabile malattia, fonte di ulteriore vergogna e portatrice di morte “sinistra”. Oggi in corsia non si trovano solo tossicodipendenti od omosessuali, ma persone di varie estrazioni sociali ed i familiari sono più informati, meno timorosi e quindi anche più presenti e collaborativi.

Le degenze in ospedale sono sempre meno frequenti, grazie ai nuovi farmaci antiretrovirali che, se ben tollerati, possono garantire al paziente una vita quasi normale a differenza di prima che era un continuo entrare, uscire dall’ospedale. Da ciò deriva il fatto che “fuori” ci sono molti sieropositivi che stanno abbastanza bene, ma non hanno lavoro ed amici, quindi si ripropone il problema dell’inserimento sociale e la necessità di un impegno di volontariato in questo campo.
Imparare a fare questo “lavoro” è impegnativo ma affascinante.
Non basta avere buona volontà, è indispensabile essere preparati da un team competente per poter garantire una buona qualità del servizio. Poi, come ho scritto prima, per me è come un viaggio sul treno, e non sempre lo scenario che si vede dal finestrino è bello ed incoraggiante, a volte si passano periodi oscuri in cui si viene messi duramente alla prova, ma il treno continua la sua strada, si può scendere o continuare. Per quanto mi riguarda, ogni scenario mi ha insegnato qualcosa ed a distanza di tempo ho imparato tanto su me stessa e sugli altri, ho visto aspetti di me che non immaginavo, credevo di essere accogliente, con pochi pregiudizi, di essere disponibile, pronta a mettermi sempre in discussione, ma ho visto che quella potrebbe essere la meta che desidero, prima, però, devo continuare il viaggio su questo treno, alla ricerca di me stessa, un viaggio unico, arricchente, una preziosa opportunità per crescere.
 
 
 
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