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Infezione da HIV in età pediatrica - S. Ratto

L’infezione da virus HIV in età pediatrica deriva quasi esclusivamente dalla trasmissione madre-figlio (trasmissione verticale); altre vie di contagio, ad esempio tramite emoderivati, appaiono oggi rare.
Fortunatamente non tutti i bambini nati da madre sieropositiva contraggono l’infezione.
Le percentuali di trasmissione, in assenza di terapia antiretrovirale, oscillano tra il 13 e il 42%, un ruolo preponderante lo svolge il cosiddetto Sud del Mondo (Africa, America Latina, Asia).
L’identificazione delle donne con infezione da HIV prima o durante la gravidanza è essenziale per prevenire se possibile l’infezione perinatale e per impostare una terapia antiretrovirale anche nel bambino.
E’ necessario prevedere quindi uno screening per l’infezione da HIV in tutte le future mamme. L’identificazione dell’avvenuta esposizione perinatale deve essere effettuata appena possibile.

La diagnosi definitiva di infezione può essere già definita nella maggior parte dei bambini ad un mese dalla nascita e virtualmente in tutti i bambini dopo 6 mesi di vita. Un test virologico positivo (coltura virale, HIV DNA o RNA PCR, p24 Ag, HIV-RNA quantitativo) indica la possibile infezione da HIV; diventa necessario però eseguire un secondo test di conferma per definire la diagnosi.
L’infezione può invece essere ragionevolmente esclusa in bambini con 2 o più test virologici negativi, due dei quali effettuati a ³ 1 anno e uno tra questi all’età di ³ 4 mesi. L’infezione è infine sicuramente esclusa se lo screening Ab anti HIV è negativo in assenza di ipogammaglobulinemia all’età di 18 mesi e se il bambino non ha segni clinici di infezione e i test virologici sono negativi.

Per distinguere un’infezione intrauterina da un’avvenuta durante il travaglio è considerato dirimente il test virologico eseguito entro le 48 ore. Se il test risulta positivo nelle prime 48 ore di vita verosimilmente l’infezione è precoce (intrauterina), mentre se il neonato sieronegativo nella prima settimana di vita, si positivizza, si ritiene che l’infezione sia tardiva (intrapartum).
Esiste comunque una potenziale contaminazione con il sangue materno oppure di campioni di sangue del cordone ombelicale, cosicché il test può anche essere non dirimente ai fini diagnostici.
Per i bambini, invece, con test negativo durante la prima settimana e successivamente, pur non allattati al seno, divenuti positivi è molto probabile che la trasmissione sia avvenuta durante l’attraversamento del canale del parto.
Nei bambini con test negativo alla nascita è consigliato ripetere un test all’età di 14 giorni, perché dopo questo periodo aumenta la sensibilità delle metodiche virologiche.
In tutti i bambini esposti all’infezione da HIV deve essere iniziata una profilassi nei confronti della polmonite da Pneumocystis carinii dalla 4a fino alla 6a settimana di vita.

Il numero delle copie di HIV RNA dopo il prime mese di vita sono prognostiche per una valutazione della evoluzione della malattia.
Dal 1994 i CDC di Atlanta ha proposto una nuova classificazione per l’infezione da HIV in età pediatrica. Tabella 1, Tabella 2.
Entro i primi dodici mesi di vita il 20-25% dei bambini sviluppa AIDS, mentre la maggioranza degli infetti presenta uno sviluppo della malattia più lento. Il periodo di completa asintomaticità della malattia è comunque estremamente breve in età pediatrica; i sintomi aspecifici HIV correlati sono presenti nella maggioranza degli infetti entro i primi 6 mesi.
La terapia antiretrovirale ha oggi modificato in modo drammatico la storia naturale della malattia da HIV anche in età pediatrica.
Le infezioni batteriche ricorrenti, la polmonite da Pneumocystis carinii, l’encefalopatia progressiva, la polmonite interstiziale (LIP) e le altre manifestazioni opportunistiche sono divenute oggi rare. Appare oggi evidente che la malattia presenta nella maggioranza dei bambini dei paesi più evoluti (Europa, Nord America) una progressione più lenta.
 
 
 
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