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HIV-AIDS in Italia e nel mondo - G. Rezza

I dati di UNAIDS sulla situazione dell’HIV/AIDS nei paesi in via di sviluppo, dove vive la maggioranza dei circa 36 milioni di persone con infezione da HIV, sono raccapriccianti. L’epidemia di AIDS, di fatto, ha bloccato i progressi che, se pur lentamente, si erano raggiunti in queste aree depresse. Ad esempio, l’attesa di vita alla nascita, che in Sud-Africa era aumentata da 44 anni all’inizio degli anni ’50 a 59 anni all’inizio dei ’90, ha subito una drammatica riduzione sino a scendere a 45 anni fra il 2005 ed il 2010. Non solo; molte attività produttive sono state messe in difficoltà a causa dell’elevata morbilità e mortalità dei lavoratori. Malattia e decesso sono divenute le prime cause di ritiro dal lavoro in Kenia, mentre solo il 2% delle cause di ritiro è dovuta a pensionamento. L’impatto sociale dell’AIDS è ulteriormente aggravato dall’enorme numero di bambini che hanno perso la propria madre:
si stima infatti che, dall’inizio dell’epidemia, siano rimasti orfani circa 11,2 milioni di bambini, e che molti di questi abbiano perso anche il padre. In queste aree depresse del globo l’accesso alla terapia risulta proibitivo, e limitate sono le risorse da destinare agli interventi di prevenzione. In questa situazione, qualsiasi intervento rischio di essere tardivo e poco efficace, ma va comunque tentato. Le campagne di prevenzione hanno ottenuto dei buoni risultati in paesi quali l’Uganda e la Tailandia, e le possibilità di sviluppo di vaccini efficaci portano nuove speranze. Purtroppo, le terapie combinate, estremamente costose e poco gestibili in termini di monitoraggio clinico-laboratoristico, restano di difficile accesso nei paesi poveri, e la riduzione del rischio di trasmissione verticale tramite somministrazione di antiretrovirali sembra al momento essere l’unica strategia adottabile su larga scala. Se è vero che il 95% delle persone con infezione da HIV vive in paesi poveri situati soprattutto nell’Africa sub-Sahariana e nel sud-est asiatico, è altresì necessario cogliere segnali allarmanti che indicano un’ulteriore diffusione dell’epidemia in altre aree del globo. In particolare, nel giro di 2 anni si è assistito ad un raddoppio del numero di infezioni da HIV nell’area dell’ex Unione Sovietica. Inoltre, la diffusione dell’uso di droghe per via iniettiva, che è divenuto un problema in molti paesi asiatici e, in misura minore, in nord-Africa, rischia di diventare un cavallo di Troia per l’introduzione e l’espansione dell’infezione da HIV in aree precedentemente risparmiate dall’epidemia. In Italia la situazione è migliore, anche se occorre non sottovalutare l’entità del problema.

Dall’inizio dell’epidemia ad oggi, nel nostro Paese sono stato segnalati oltre 47.000 casi di AIDS, ma, come in altri paesi industrializzati, a partire dal 1996 si è osservato un decremento nel numero di nuovi casi di malattia conclamata. I circa 2.000 casi verificatisi negli scorsi 12 mesi rappresentano infatti meno del 50% di quelli registrati durante il 1995, l’anno del picco epidemico. Quest’apparente declino non deve però trarre in inganno, essendo dovuto in massima parte al cosiddetto ‘effetto terapia’, ovverosia all’allungamento del tempo di incubazione conseguente all’uso delle terapie anti-retrovirali combinate. Oggi, rispetto al passato, si infettano e ammalano di più i cosiddetti ‘contatti sessuali’ (etero o omosessuali) che non i tossicodipendenti, il cui numero è in diminuzione.

Cresce l’età media alla diagnosi di AIDS o di infezione, mentre aumentano lievemente ma costantemente le donne. Oltre il 60% dei pazienti la cui diagnosi di AIDS è stata posta nel corso dell’ultimo anno non hanno preso farmaci anti-retrovirali prima della diagnosi di AIDS, dal momento che non sapevano di essere sieropositivi. La maggior parte di questi pazienti ha acquisito l’infezione per via sessuale e/o proviene da paesi ad elevata endemia.

In contrasto rispetto all’andamento dei casi di AIDS, si stima che la prevalenza di persone viventi con infezione da HIV o AIDS sia in lieve incremento, a causa dell’allungamento della sopravvivenza, per cui il serbatoio di infezione è attualmente di oltre 100.000 persone sieropositive, di cui circa 16.000 con diagnosi di AIDS. Di enorme difficoltà è la stima dell’incidenza delle nuove infezioni. I sistemi di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV, attivi in alcune regioni italiane, suggeriscono comunque una tendenza alla stabilizzazione a partire dagli ultimi 3 anni.

Nonostante gli indubbi successi ottenuti in seguito all’introduzione delle nuove terapie combinate, l’ampiezza del serbatoio di infezione induce comunque a non abbassare la guardia, a rafforzare gli interventi di prevenzione e a continuare ad investire nella ricerca.
 
 
 
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